01Il gioco
Ciao piccolo mio,
mi ricordo ancora delle macchinine che cambiavano colore sotto l’acqua. Bastava passare dal caldo al freddo e la stessa carrozzeria diventava un’altra. Fra tante cose che non saprei più rimettere al loro posto, quel gesto è rimasto intero.
Quando provo a immaginarti, parto da lì. Tu che giochi, io che arrivo con un foglio e non so dove sedermi. Ho parecchi anni da raccontarti. La prima tentazione è metterli in ordine, scegliere quelli che potrebbero piacerti, lasciare fuori gli altri. Presentarmi come una persona di cui potresti essere contento.
Mi accorgo che sto già cercando di fare buona impressione. Anche con te.
Non ho imparato a stare al mondo con la sicurezza che forse immagini. So risolvere problemi, trovare un posto alle immagini, riconoscere uno spazio che non torna. Davanti a certe domande semplici, invece, resto fermo. «Come stai?» è ancora una di quelle. La risposta arriva quasi sempre prima che io riesca a controllare se è vera.
Il lavoro avrà a che fare con le cose che ti piacciono adesso. Colori, forme, idee che chiedono di essere viste. Inventerai storie e mondi, costruirai qualcosa dove prima non c’era niente. Conosco bene la felicità di quel momento: guardare una cosa che esiste perché hai continuato a immaginarla. Qualche volta mi basta ancora.
Altre volte comincio subito a cercare quello che manca. Un dettaglio da sistemare, un errore che vedo soltanto io, la prossima cosa da fare. Il piacere dura meno del controllo. Anche il gioco finisce per dover dimostrare di essere servito a qualcosa.
Però non è scomparso. Mi emoziono ancora per storie inventate. Mi piacciono ancora i cartoni e i videogiochi. Ci sono parti di noi che hanno attraversato gli anni senza sentire il bisogno di diventare più serie.
La parte che lavora, invece, ha imparato a continuare quasi sempre. Risponde, organizza, ricorda. Arriva a sera con le cose al loro posto. Per molto tempo ho creduto che questo dicesse abbastanza di come stavo. Adesso ci sono giornate che riesco a concludere senza riuscire a riconoscermi dentro quello che ho fatto.
Da fuori non manca niente. Io ho la sensazione di aver preparato un posto per tutti e di non essermi mai seduto.
Vorrei spiegartelo meglio, ma non voglio che diventi un problema affidato a te. Non ti sto scrivendo perché tu possa evitare i miei errori. Non c’è una scelta che devi fare adesso per impedirmi di essere stanco molti anni dopo.
02La cura
Ci saranno dei cani. Su questo posso darti una risposta senza esitazioni.
All’inizio avrai paura di non essere capace. Poi la loro presenza entrerà nelle giornate attraverso cose precise: le uscite col freddo, i peli sui vestiti, il rumore di una casa che non è più vuota quando torni. Imparerai a riconoscerli da un movimento, da come si avvicinano, dal modo diverso in cui ciascuno riesce a starti accanto.
Ti preoccuperai molto. Ci saranno medicine da ricordare, ciotole da controllare, qualcuno di fidato da trovare quando non potrai esserci. Li amerai anche così. E continuerai a inventare: li guarderai e vedrai dei guardiani, li porterai nelle tue storie. La cura e il gioco, almeno lì, riusciranno ancora a stare vicini.
Con le persone sarà meno semplice da raccontare.
Ci saranno soprannomi che fuori da un rapporto non significheranno niente, messaggi inutili che avrai voglia di mandare soltanto a qualcuno, baci sulla testa di cui sentirai la mancanza. Organizzerai una giornata intera intorno al sorriso di una persona. Una lettera, gli indizi, i dettagli di una sorpresa. Ti sembrerà un modo naturale di voler bene.
Lo è. Ma qualche volta, quando le cose andranno diversamente, sentirai di non aver fatto abbastanza. Tornerai sui silenzi, sulle risposte, su quello che avresti potuto prevedere. Come se la cura potesse diventare tanto precisa da non lasciare spazio alle incomprensioni.
Non ci riuscirai. Ci saranno giorni in cui desidererai un abbraccio e, nello stesso momento, un po’ di distanza. Altri in cui risponderai male proprio a chi volevi vicino. Avremo delle scuse da chiedere. Sto ancora imparando a farlo senza usare ogni errore per dare un giudizio su tutto il resto di me.
Anche alcune amicizie si allontaneranno. Dopo anni di silenzio proverai a scrivere a qualcuno a cui non hai saputo stare accanto. Cercherai a lungo la frase giusta. Aggiungerai spiegazioni, ne toglierai altre. Sotto quel lavoro ci sarà una paura semplice: aver perso il diritto di bussare.
Non so quale risposta arriverà. So quanto è difficile lasciare che un messaggio finisca, accettare che dopo l’ultima parola ci sia qualcosa che non puoi decidere.
03Le parole
Forse è anche per questo che, a un certo punto, comincerai a scrivere senza un destinatario preciso. Ricordi, pensieri, frammenti. Quello che resta di una giornata quando hai smesso di raccontarla come una sequenza di cose fatte. La vicinanza che pesa, l’assenza che pesa in un altro modo. La parte di te che continua anche quando vorrebbe fermarsi.
Scrivere non metterà tutto a posto. Ci saranno sere in cui, dopo aver chiuso la pagina, sarai ancora nello stesso punto. Ma quello che sentivi avrà qualche parola in più. Abbastanza da tornarci.
Questa lettera nasce lì. Nella difficoltà di rivolgermi a me stesso senza cominciare da ciò che dovrei cambiare. Con te mi viene una voce diversa. Poi mi ricordo che siamo la stessa persona e per un momento non so più perché la differenza debba essere così grande.
Vorrei riuscire a dire che sono stanco prima di esaurire tutte le energie. Chiedere compagnia senza preparare una ragione abbastanza grave. Lasciare che il bisogno di un abbraccio sia soltanto quello, senza accompagnarlo con delle scuse.
Sono cose che sto imparando adesso. Non devi studiarle in anticipo.
Ci saranno mattine in cui il futuro arriverà prima della colazione. Pensieri già lontani, problemi che non sono ancora successi, la fatica di andare al lavoro senza trovare un modo semplice di spiegarla. Ti scrivo da una vita in cui succede anche questo. Ma sarebbe falso lasciarti soltanto questa parte.
Ci saranno luoghi che adesso non conosci. L’acqua, una luce che vorrai fotografare, una risata arrivata quando non la stavi aspettando. Momenti in cui stare bene non avrà bisogno di spiegazioni. Non saranno il premio per aver resistito: accadranno dentro la stessa vita, qualche volta nello stesso giorno.
Vorrei saperti raccontare meglio quelle ore. Spesso le riconosco quando sono già nelle fotografie o nei messaggi. Mentre succedevano, una parte di me stava preparando quello che sarebbe venuto dopo.
Mi viene da chiederti di fermarmi, ogni tanto. Poi rileggo e mi accorgo di quello che sto facendo. Sono tornato da te con un altro compito.
04Restare
Posso fermarmi io.
Posso restare qui senza chiederti cosa diventerai. Ascoltare la storia che inventi con le macchinine, anche se cambia mentre la racconti, anche se non arriva da nessuna parte. Lasciarti finire senza cercare in quello che fai una promessa sul nostro futuro.
Ho chiesto molto a quella promessa. Ogni volta che mi sono detto di fare meglio, di non deludere, di essere abbastanza, una parte della richiesta è arrivata fino a te. Come se il bambino che ero dovesse ancora giustificare l’adulto che sono.
Mi dispiace per questo.
Prima dei lavori consegnati, delle persone che ho saputo amare e di quelle che ho ferito, prima delle cose riuscite e di quelle rimaste a metà, c’eri tu. Vorrei riuscire a guardarti senza fare subito l’elenco di ciò che potevi diventare.
Non so se questa lettera ti raggiunga. Forse resta tutta da questa parte del tempo. La scrivo e mi accorgo che la gentilezza arriva a me, anche se per trovarla ho dovuto immaginare di parlare con qualcuno che ero.
La lascio accanto alle macchinine. Non serve interrompere il gioco. Non c’è una risposta da preparare, niente che tu debba promettermi su come andrà a finire.
Il foglio può aspettare.
Tu, per adesso, puoi essere un bambino.
Ti voglio bene.
Tu, da grande.
