Segnale 391 · Pensiero · archivio pubblico
Il ritmo che mi tiene in piedi立ち続けるリズム
Da fuori può sembrare sicurezza. A volte è soltanto il modo che ho trovato per restare in piedi.

Versione pubblica · dati sensibili rimossi
La città non mi chiede come sto. Mi prende nel suo flusso, mi assegna un passo e continua. Le porte si aprono, i semafori cambiano, qualcuno mi supera mentre qualcun altro resta indietro. Io provo soltanto a non perdere il movimento.
All’inizio sentivo un rumore unico. Adesso distinguo i suoi respiri: il motore che riparte, le scarpe sul marciapiede bagnato, una voce spezzata dal telefono, il treno che entra in stazione. Ogni suono sembra dire che non c’è tempo per fermarsi a capire.
Ho imparato presto ad adattarmi. So attraversare la folla senza urtare nessuno, rispondere mentre penso ad altro, tenere la stanchezza dietro gli occhi. Da fuori può sembrare sicurezza. A volte è soltanto il modo che ho trovato per restare in piedi.
Ci sono giorni in cui gioia e dolore arrivano con la stessa velocità. Una notizia illumina il mattino, un ricordo lo oscura prima di sera. La città assorbe entrambi e li restituisce come riflessi sull’asfalto: colori diversi dentro la stessa acqua sporca.
È allora che cerco un suono capace di separarmi dal resto. Non per fuggire, ma per sentire che dentro il ritmo degli altri ne esiste ancora uno mio. Lo tengo in testa finché i pensieri smettono di spingere tutti insieme e il corpo ricorda come si procede.
Non ho una grande ambizione da dichiarare. In certi momenti voglio soltanto conservare quel minimo di sovranità: scegliere il passo, attraversare la paura senza farne una posa, arrivare alla fine della strada senza sentirmi trasportato.
Domani il flusso ricomincerà e forse porterà via qualcosa. Oggi continuo a camminare con gli occhi stanchi e il volume abbastanza alto da raggiungermi. Non so ancora dove sto andando. Riconosco però il ritmo che, per adesso, mi tiene in piedi.
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