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Segnale 398 · Pensiero · archivio pubblico

Il rumore prima delle parole

Cerco il breve intervallo in cui una frase è ancora mia, prima che appartenga alla stanza e dica più di quanto volevo.

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Ci sono momenti in cui la risposta mi sale alla gola prima che abbia davvero ascoltato. La sento pronta, affilata, quasi elegante. Basterebbe aprire la bocca e lasciarla cadere sul tavolo.

Di solito succede quando il silenzio dura appena un secondo più del previsto. Qualcuno abbassa gli occhi, un cursore continua a lampeggiare sullo schermo, il bicchiere lascia un cerchio opaco vicino alla mia mano. Quel vuoto mi sembra una richiesta, anche quando forse non lo è.

Allora comincio a riempirlo. Aggiungo una spiegazione, poi un’altra, poi una frase che non avevo pensato davvero. Mentre parlo riconosco il punto esatto in cui avrei dovuto fermarmi, ma ormai le parole hanno preso velocità e io le inseguo.

Il silenzio, invece, non promette di salvarmi. Può sembrare prudenza, paura, distanza o semplice mancanza di qualcosa da dire. Lascia agli altri lo spazio per immaginare, e non sempre l’immagine che scelgono è più gentile di quella che avrei costruito io.

Eppure c’è una misura che continuo a cercare: quel breve intervallo in cui la frase è ancora mia e non appartiene già alla stanza. Un respiro, forse due. Il tempo necessario per capire se sto parlando per essere capito o soltanto per non restare esposto.

A volte riesco a trattenerla. La sento restare intera dietro i denti mentre la conversazione va avanti senza di me. Non so se ho evitato un errore o se ho soltanto rimandato il momento in cui verrò capito male.