Segnale 395 · Pensiero · archivio pubblico
L’ultima persona最後の人
Il limite è arrivato davanti alla persona con cui credevo di non doverne avere uno.

Versione pubblica · dati sensibili rimossi
Non è successo in un momento preciso. Non c’è stata una frase capace, da sola, di spostare tutto. È stato un accumulo: dettagli rimasti dove cadevano, parole ripetute, silenzi diventati più pesanti di ciò che avrebbero dovuto contenere.
Il problema è chi ho davanti. Dovrebbe essere l’ultima persona che non sopporto, quella a cui concedere ancora un margine quando il margine è finito con tutti gli altri. E invece basta poco perché ogni gesto mi irriti, ogni risposta arrivi nel punto esatto in cui non riesco più a riceverla.
Continuo a riconoscere ciò che ci lega. Non è scomparso soltanto perché adesso la vicinanza pesa. Forse è proprio questo a rendere il fastidio così difficile da ammettere: non nasce dall’indifferenza, ma da qualcosa che ha contato abbastanza da consumarsi senza andarsene.
Essere arrivato al limite non significa sapere dove si trova l’uscita. Significa accorgermi che non riesco più a fingere che vada tutto bene, che la pazienza non è infinita e che restare nella stessa stanza richiede uno sforzo che ormai si vede.
Potrei chiamarla rabbia, stanchezza, delusione. Nessuna parola, però, contiene davvero la contraddizione di voler proteggere un legame e, nello stesso momento, desiderare distanza dalla persona che lo rappresenta.
Non so che cosa succederà dopo questo limite. So soltanto che ci sono arrivato. E che dall’altra parte non trovo ancora una decisione, ma una domanda che continuo a evitare ogni volta che ci sediamo abbastanza vicini da sentirci respirare.
PensieroQuello che la rabbia protegge
MemoriaIl punto in cui fermarsi
PensieroAbitare ciò che ho lasciato