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Segnale 401 · Pensiero · archivio pubblico

La persona che resta

Amarsi non è piacersi sempre: a volte è soltanto non usare ogni errore come una ragione per abbandonarsi.

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Ho lasciato case, lavori, persone e versioni di me che credevo definitive. Ogni volta ho pensato che il distacco riguardasse soltanto ciò che restava indietro. Poi mi sono accorto che c’era qualcuno che portavo via con me, anche quando avrei preferito non incontrarlo.

Per molto tempo mi sono trattato come un coinquilino provvisorio. Pasti consumati in piedi, sonno rimandato, promesse fatte al mattino e sciolte entro sera. Con gli altri cercavo parole precise; per me bastavano ordini brevi e una pazienza sempre rimandata.

Amarsi suona spesso come una frase levigata, troppo pulita per le giornate vere. Nella pratica assomiglia di più a un cappotto rivoltato sul tavolo: cuciture stanche, fodera strappata, punti fatti male che però continuano a tenere.

Non significa piacermi in ogni momento. Ci sono parti che ancora giudico, gesti che non riesco a difendere, giorni in cui la mia presenza mi pesa. Restare non cancella nulla. Evita soltanto che ogni errore diventi una ragione per abbandonarmi.

Una storia lunga non è composta soltanto dai capitoli che si raccontano volentieri. Ha ripetizioni, pagine piegate, periodi in cui sembra non accadere niente. La continuità non ha sempre la forma del coraggio; qualche volta è solo un filo che attraversa di nuovo la stessa cucitura.

Stasera non sento di aver fatto pace con me stesso. Ho soltanto smesso, per un momento, di comportarmi come se dovessi meritare il diritto di restare. Il cappotto è ancora aperto sul tavolo, l’ago accanto. La storia continua da quel punto, senza promettere di diventare più semplice.