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Segnale 399 · Pensiero · archivio pubblico

La vita tenuta in attesa

Ci sono giorni che porto a termine senza riuscire ad abitarli: tutto passa, ma niente sembra essere accaduto davvero.

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Versione pubblica · dati sensibili rimossi

Ci sono giornate in cui arrivo a sera con la sensazione di aver fatto tutto e di non essere stato davvero da nessuna parte. Ho risposto, consegnato, spostato cose da una lista all’altra. Eppure, se provo a ricordare un momento preciso, resta soltanto il rumore dei passaggi.

Il corpo conosce bene questa forma di esistenza. Si alza alla sveglia, attraversa corridoi, aspetta ascensori, mangia in piedi accanto al lavello. Le mani fanno quello che devono; la testa arriva già al compito successivo. Nulla si rompe, e proprio per questo è difficile accorgersi che qualcosa è rimasto fuori.

Esistere ha un’efficienza silenziosa. Non chiede slanci, non espone, non lascia molte tracce. Tiene insieme le ore abbastanza da poter dire che sono passate. Vivere, invece, sembra cominciare quando un dettaglio interrompe il percorso: il freddo di un vetro, una voce ascoltata fino alla fine, una strada scelta senza motivo.

Non penso alle grandi partenze o alle vite spettacolari. A volte basta restare qualche secondo dentro quello che sta accadendo, senza trasformarlo subito in un mezzo per arrivare altrove. È un gesto minuscolo, ma cambia il peso dell’ora.

La presenza non rende tutto più bello. Può rendere più visibile la stanchezza, il vuoto, la parte della giornata che avrei preferito attraversare senza guardarla. Forse è anche per questo che continuo a rimandarla: essere vivo significa sentire più chiaramente dove mi trovo.

La sera provo a distinguere ciò che ho vissuto da ciò che ho soltanto completato. Non sempre ci riesco. Ci sono giorni che restano in attesa anche dopo essere finiti, come se la vita dovesse ancora entrare nella stanza che ho appena lasciato.