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Segnale 405 · Pensiero · archivio pubblico

Le parole che non so ancora accettare

Qualcuno mi ha chiesto di essere orgoglioso dell’uomo che sono. Continuo a rileggere quelle parole senza sapere ancora dove metterle.

2 min di letturaPubblicato 30 settembre 2026
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Mi hanno scritto di essere orgoglioso dell’uomo che sono. Ho riletto quella frase più volte, come si osserva qualcosa che dovrebbe appartenerci e invece sembra destinato a un’altra persona. Non perché fosse falsa, ma perché non sapevo dove metterla.

La prima cosa che ho fatto è stata pensare a tutto ciò che non funziona. Alle volte in cui non ho avuto la parola giusta, alle contraddizioni, alla testardaggine e ai casini lasciati dietro di me. È un inventario che conosco bene: si aggiorna da solo e non dimentica niente.

Nel messaggio c’era un modo diverso di guardare quelle stesse cose. Non una giustificazione, né l’idea che gli errori smettano di avere conseguenze. Soltanto la possibilità che l’imperfezione conviva con qualcosa di pulito: il modo in cui voglio bene, quando riesco a farlo senza riserve.

È questa la parte che faccio più fatica ad accettare. Riesco a credere alla mia complicazione molto prima che alla mia purezza. Posso elencare ogni cedimento con precisione, mentre davanti a una qualità rimango sospettoso, come se riconoscerla significasse assolvermi troppo in fretta.

Mi hanno invitato a respirare, a godere di ciò che sto costruendo, a piangere quando serve e a continuare a scrivere. Parole semplici, affidate a un messaggio e a una mano tesa. Non cancellano il rumore, ma gli impediscono per un momento di essere l’unica voce nella stanza.

Tengo quelle righe vicine senza trasformarle in una certezza. Non so ancora essere orgoglioso di me nel modo in cui mi è stato chiesto. Però non ho chiuso il messaggio. Forse, per adesso, la parte che riesco a fare è lasciarlo aperto.

#identità#imperfezione#scrittura#presenza