Segnale 393 · Pensiero · archivio pubblico
L’infinita notte終わりなき夜
La dolcezza e la miseria non abitano mondi separati. Qualche volta siedono allo stesso tavolo.

Versione pubblica · dati sensibili rimossi
Ci sono vite che sembrano cominciare dalla parte giusta della luce. Altre imparano presto che il mattino non arriva per tutti nello stesso momento. Da fuori chiamiamo destino ciò che spesso è soltanto la distanza tra il punto da cui una persona parte e quello da cui parte un’altra.
Mi inquieta quanto facilmente trasformiamo questa differenza in un giudizio. Chi attraversa il giorno appare capace, chi rimane nell’ombra sembra aver sbagliato strada. Dimentichiamo le stanze in cui è nato, le porte che ha trovato chiuse, il peso che portava già prima di sapere come chiamarlo.
La dolcezza e la miseria non abitano mondi separati. Passano nello stesso quartiere, aspettano allo stesso semaforo, qualche volta siedono allo stesso tavolo. Possono persino vivere nella stessa persona: una parte ancora capace di desiderare, l’altra convinta che ogni desiderio presenti un conto.
Non basta dire che la notte finirà. Alcune notti durano molto più di quanto gli altri riescano a immaginare, e la luce promessa da lontano può sembrare un modo elegante per non guardarle davvero. Chi è dentro non ha bisogno che il buio venga abbreviato da una frase.
Forse il primo gesto è riconoscere che esiste. Restare abbastanza vicini da distinguere un volto anche quando non sappiamo indicare l’uscita. Accettare che una vita possa continuare senza essere ancora diventata una storia di riscatto.
Ogni mattina e ogni notte qualcuno nasce dentro condizioni che non ha scelto. Non so quale giustizia possa pareggiare quelle partenze. So soltanto che nessuna ombra dovrebbe diventare la misura intera di chi la attraversa.
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