Segnale 392 · Pensiero · archivio pubblico
Quattordici giorni十四日間
Due settimane sembrano poco nella vita degli altri. Nel mezzo, invece, diventano una stanza.

Versione pubblica · dati sensibili rimossi
Quattordici giorni passati a misurare il tempo con cose che non stanno sul calendario. Le ore sul divano. Le volte in cui ho preso il telefono senza sapere chi cercare. Le domande ricominciate da capo proprio quando pensavo di averle consumate.
Due settimane sembrano poco quando appartengono alla vita degli altri. Nel mezzo, invece, diventano una stanza. Ogni giorno aggiunge un oggetto: una coperta lasciata storta, una tazza che rimane troppo a lungo sul tavolo, la luce del pomeriggio che arriva sempre nello stesso punto e non cambia niente.
Ho dormito sul divano perché il letto chiedeva una calma che non avevo. Mi svegliavo senza capire se fosse mattina o soltanto un’altra interruzione. Il corpo riposava a frammenti; la testa continuava a tornare alla stessa domanda.
Se avessi fatto diversamente. Se avessi parlato prima, aspettato di più, capito qualcosa che allora non riuscivo a vedere. Ogni ipotesi costruiva una versione dei fatti in cui bastava correggere un gesto per cambiare tutto. Per qualche minuto sembrava possibile. Poi rimaneva soltanto la distanza tra ciò che era accaduto e ciò che avrei voluto.
La malinconia non riempiva tutte le ore. Alcune passavano quasi normalmente: una commissione, una risposta, il rumore della strada. Era proprio quella normalità a confondermi. Il mondo riusciva a procedere mentre io continuavo a contare.
Sono arrivato a quattordici senza una risposta definitiva. Il numero non chiude niente e il giorno successivo non ha il compito di salvarmi. Rimane questo tempo trascorso, abbastanza lungo da lasciare un segno, troppo breve per spiegarmi cosa significhi. Continuo a guardarlo come si guarda una stanza dopo che qualcuno è uscito: cercando nel disordine il punto esatto in cui tutto ha cambiato direzione.
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