◈ Segnale 408 · Pensiero · archivio pubblico
Tanto va la gatta al largo
La ripetizione lascia tracce: le abitudini, anche lievi, finiscono per segnare il contorno delle cose. Osservo quei segni non per condannare, ma per capire come agisco.

◇ Versione pubblica · dati sensibili rimossi
Tanto va la gatta al largo che ci lascia lo zampino. È una frase che mi appare e riappare come un piccolo monito: la ripetizione finisce per lasciare un segno, anche quando l'intenzione è lieve. Non è una certezza melodrammatica, ma una constatazione minuta, come una macchia sul bordo di una tazza che non ricordi di aver mai sporcato, eppure c'è.
Quando penso a questo proverbio non cerco colpe né drammi. Penso piuttosto alla semplicità del gesto che diventa traccia: ciò che si fa spesso, anche per abitudine o curiosità, accumula possibilità di rovescio. La gatta non è cattiva; è curiosa, insistente, testarda. Eppure proprio quell'insistenza aumenta le probabilità che qualcosa cambi, che rimanga una prova.
Mi interessa il rapporto tra azione e memoria: come le piccole impronte si trasformino in ricordo, in racconto, in testimone silenzioso di ciò che si è ripetuto. Non sempre c'è colpa in quel che resta, e non sempre resta qualcosa di bello. A volte il segno è solo un indizio che indica una frequenza, una presenza, un tempo passato insieme.
La verità del proverbio è insieme consolazione e avvertimento. Consola perché permette di leggere il mondo nelle cose minute; avverte perché ricorda che la ripetizione non è neutra. Io resto attento a quelle tracce: non per giudicarmi o giudicare, ma per capire come le mie abitudini incidono sul contorno delle cose.
Alla fine la gatta e il suo zampino sono la misura delle nostre ripetizioni. Non pretendo risposte definitive: mi limito a osservare la concretezza dei segni, a ricordare che ogni gesto ha conseguenze, anche quando sembra non lasciarne. E questo mi basta per rallentare, almeno un po', la prossima volta.